A clockwork orange carnival

Hai tredici anni. Non sei più un bambino ma neanche un ragazzo. Là fuori, piccolo muso pallido, il mondo è assai cattivo e selvaggio. Questo non c’è bisogno di impararlo, scorre nelle vene assieme al sangue di tuo padre di generazione in generazione. Fra qualche anno, non ti dovrai disturbare a insegnarlo ai tuoi figli, il gene del fatti-i-cazzi-tuoi-che-campi-cent’anni farà il suo lavoro. C’è chi le mazzate le prende e chi le distribuisce. Una variante della famosa legge, valida per la giungla in cui sei nato.
Per te, che le hai sempre prese, il carnevale quest’anno sarà come un richiamo della foresta. Non potrai in alcun modo resistergli.

* * *

Si chiamano Zinzulari. Si mascherano con degli stracci e girano per le strade in bande. Menano – a mani nude e con bastoni – per il gusto di darle. Non solo perché a carnevale ogni scherzo vale. Non dimenticare che sei nato in una terra selvaggia, ragazzo. In burlate così, in giochi che sono palestra di sopraffazione, rischi di incorrerci ogni giorno che dio manda in terra.
I Zinzulari fanno paura.
Si attaccano al tuo citofono e, se non li apri, lo devastano.
È successo l’anno scorso, quando tua madre costrinse in il tuo pa’ a non aprirli.
Driiiin!
Eccoli, puntuali.
«Fai come vuoi. Io non voglio neanche vederli. Vado in camera.» dice lei.
Ti ritrovi solo col tuo vecchio, mentre il citofono – drin, driiiin, drin-driiiiiin – si abbatte sulle vostre orecchie come un vento fastidioso che fa strizzare gli occhi. Lui, dall’alto della sua statura, ti guarda e senza aprire bocca dice: «Non ti preoccupare. Ci sono io. Non può succedere niente di male.»
Poi preme il pulsante.

Questi fantasmi vestiti di stracci urlano, ridono, battono i bastoni sulla ringhiera. Sei spaventato a morte. Ma anche curioso di vederli.
Appena entrano, si zittiscono come radio senza corrente. Uno dopo l’altro abbassano le maschere. Ora puoi contare sei sorrisi storti e dodici palpebre appesantite dal vino: «Non ci offrite niente?»
Tuo padre li porta in cucina e li fa accomodare. Tira fuori vino, bicchieri e frutta secca. Torna l’elettricità. Volano schiamazzi che non riesci a seguire, come quando eri bambino: discorsi da grandi, mezze parole, allusioni e battute che non riesci a capire. L’attenzione è tutta sui loro volti giovani – il più vecchio avrà al massimo venticinque anni – e lo sforzo è tutto nel cercare di riconoscerli. Non ci riuscirai, è troppo presto ancora. Fra un paio d’anni, quando comincerai a frequentare bar e saloon del tuo villaggio te li ricorderai bene. Lì è la loro casa, tra birre, sigarette e sogni di conquista.
Passa neanche mezz’ora che hanno bevuto abbastanza.
Barcollano fino alle scale, dove i loro bastoni ritornano a pizzicare la ringhiera come uno xilofono stonato.
Prima di chiudere il cancello, trovano il tempo di rovesciare e spaccare un vaso di gerani appena fioriti.

* * *

Il giorno dopo è ancora carnevale e il richiamo della foresta è più forte che mai.
Hai passato tutta la mattinata al telefono a cercare di convincere i tuoi amici a uscire: «Vestiamo pure noi da Zinzulari, dai.»
«Tu sei pazzo.»
Poi, al calare del sole, litighi coi tuoi genitori.
Vuoi uscire, a tutti costi.
Non sei più un bambino.
Quando i lampioni si accendono, sei fuori coi tuoi stracci, un manico di scopa e la paura che soffia con il vento sulle guance imberbi. Attorno a te, palazzine popolari i cui toni di grigio si fondono con la notte incipiente. Strade parallele e tutte uguali. Buio in movimento.
Cominci a vagare.
La vista si abitua al crepuscolo artificiale. Assieme ad essa, esplodono pure gli altri sensi. Da qualche parte, un cane randagio si è appena avventato su una busta di spazzatura in cerca di un pasto. Il frusciare della plastica è distinto e fastidioso come un’unghia su una lavagna. I profumi della vegetazione in fiore – oleandri, soprattutto – sanno di un dolciastro che rivolta lo stomaco.
Le prime avvisaglie di primavera sono una trappola cui i tuoi stracci non possono porre rimedio. Hai freddo. Ma presto smetti di tremare.
Arriva la prima, barcollante banda di Zinzulari.
Li attendi in mezzo al marciapiede, speranzoso.
«Guaglio’, posso venire con voi?»
La risposta è una serie di dolorose spallate e pestoni.
La frustrazione è una brutta bestia; mischiata con la paura poi è ancora più pungente. Va sfogata. Lo specchietto di una macchina può bastare. L’adrenalina è un farmaco infallibile.
Arriva la seconda banda. Sono in sei. Forse gli stessi di ieri, a casa. Forse no.
«Guaglio’, mi pigliate?»
Pigliare ti pigliano, questa volta. Ma a mazzate.
Tutte dritte nello stesso posto: gli stinchi.
Le lacrime che si formano agli angoli degli occhi, non sono di dolore, no.

* * *

Davanti al citofono di casa, il bastone brucia nelle mani.
Il cervello proietta un film di colpi a ripetizione, tasti avulsi come occhi dalle orbite e fili elettrici esposti come budella di un cadavere.
Il bastone si alza – i muscoli in tensione – per poi abbattersi sull’angolo di un muro e spezzarsi in due.
Piangi pure, piccolo muso pallido, ti farà bene.

* Illustrazione di Edo Grandinetti
** Special thanks to Ray

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Assalto alla diligenza

Se vuoi respirare un po’ di vecchio West, non hai che da prendere un treno notturno Torino-Reggio Calabria e aspettare, tra le due e le tre del mattino, il tratto che va da Salerno a Sapri.
Potrai chiuderti nella tua diligenza con lettino e aspettare l’arrivo dei banditi. E stai sicuro che arriveranno, pronti a sorprenderti nel sonno. Non ci sarà nessun fazzoletto a coprirgli la bocca, né Colt fiammanti a baluginare fra le loro mani.
Ma i loro volti saranno quelli che abitano i tuoi sogni di frontiera: scavati, ricoperti di barba ispida e con i denti marci.
Tu però sarai più svelto e quando si presenteranno alla tua porta ti sveglierai.
Loro non ti torceranno un capello, scusandosi con lo stesso tono di un mandriano la cui una vacca ha cagato sul piede di un prete: «Abbiamo sbagliato scompartimento.»
Poi si dissolveranno in fondo al corridoio, nella nebbia dei loro cigarillos, in barba a ogni divieto antifumo.
A quel punto si sveglierà lo Sceriffo, che ora si fa chimare Accudiente e che tu conoscevi come Cuccettista. Penserai: la legge, finalmente.
Così ti lancerai in un dettagliato quanto indignato racconto dell’accaduto. Lo Sceriffo – che come tutti gli sceriffi è bello pasciuto e ha l’aria di chi la sa lunga – ti dirà che non ci si può fare nulla, che altri uomini di legge prima di lui sono stati malmenati e buttati giù dal treno, e che neanche chiamare la Cavalleria Polfer servirebbe a un cazzo, che quelli tornerebbero dopo un paio d’ore liberi di fare i comodi loro. Dirà: «È il selvaggio West, amico» e se ne tornerà tranquillo a russare.
Con la voglia di dormire ormai andata a farsi benedire, resterai fermo tra le lenzuola, tenendo la porta aperta.
Dopo un po’, sentirai dei ragli nel corridoio e, affacciandoti, ritroverai gli stessi grugni che volevano fotterti nel sonno, tutti concentrati ad aprire lo scompartimento accanto al tuo.
Il bandito ti guarderà negli occhi di gringo, sorprendendoti a spiarlo. Per niente spaventato, ti verrà incontro, mostrandoti in un sorriso i suoi denti marci. Ti offrirà la mano e tu non saprai se per chiederti scusa o complicità. Tu ti rifiuterai e lui insisterà. Alla fine, per levartelo dai cosiddetti e per non farlo scaldare, gliela stringerai.
Dopo averti rifilato una carezza sulla guancia, il fuorilegge dirà: «Da omm’ a omm’.»
Quindi te ne tornerai al tuo posto, chiudendo la porta e aspettando la prossima fermata. Ti sembrerà a quel punto di vedere i banditi scendere dal convoglio e infilarsi di soppiatto nel sottopassaggio.
Solo allora ti accorgerai di essere sull’ultima carrozza, e potrai osservare una stazione di Bassitalia sfumare assieme alle sue luci nella bruma di una mattina d’inverno.