Mario e il mago, Thomas Mann e l’Italia di oggi

Thomas Mann

Thomas Mann

Mario e il mago è un racconto di Thomas Mann pubblicato nel 1930, che prende spunto dalle suggestioni che un soggiorno estivo sulla costa tirrenica italiana regalarono allo scrittore tedesco. Non un bellissima esperienza, in definitiva. L’Italia era sommersa dall’ondata di propaganda fascista che lo stesso Mann spiegò alla figlia minore come «una malattia, per così dire; non molto fastidiosa ma necessaria»; erano proprio i primi anni: dopo fu evidente a tutto il mondo che la malattia non fu né poco fastidiosa né necessaria.

Protagonista del racconto è il Cavalier Cipolla, più che mago illusionista un vero e proprio ipnotizzatore, che tiene uno spettacolo nel villaggio dove soggiorna lo scrittore e la sua famiglia. Per il contesto storico e le maniere del Cipolla – l’eloquenza, la sgradevolezza e la feroce autorità esercitata con un frustino – è quasi inevitabile accostare il mago al Duce.

«Parla benissimo» si constatò vicino a noi. L’uomo non si era ancora prodotto, ma soltanto le sue parole erano apprezzate come un lavoro; era stato capace di imporsi solo con questo. […] Perché il modo come uno parla viene tenuto come misura di apprezzamento personale: negligenza, disordine, destano disprezzo, eleganza e abilità, umana considerazione; anche l’uomo della strada, quindi, non appena la cosa gli conviene pre il suo effetto, si prova in scelte locuzioni e le connette accuratamente.
Almeno sotto tale riguardo, Cipolla aveva destato un’impressione favorevole, sebbene non appartenesse in nessun modo a quella specie umana che l’italiano, con una singolare confusione di giudizio morale ed estetico, chiama “simpatica”.

Pare che quella di Mann non fosse un’allegoria politica diretta del fascismo (il nazismo ancora doveva nascere), ma piuttosto che volesse dare alla novella un senso più etico, rivolto al ragionamento sul libero arbitrio in generale e alla tragedia che consegue la sua privazione. Un concetto molto chiaro in questa scena, dove il Cavalier Cipolla estrae di tasca due mazzi di carte; da uno ne seleziona tre e le tiene da parte, invitando poi qualcuno del pubblico a fare altrettanto per dimostrare che le carte combaceranno alla perfezione.

Un giovane in prima fila, alla nostra destra, con un viso dal profilo incisivo, un italiano, fattosi avanti dichiarò di essere deciso a scegliere le carte secondo la propria volontà, opponendosi di proposito ad ogni influenza. Che cosa avrebbe fatto Cipolla?
«Con ciò» rispose il Cavaliere «lei renderà il mio compito un poco più difficile; ma la sua resistenza non influirà sul risultato finale. La libertà esiste, ed esiste anche la volontà; ma la libertà di volere non esiste, perché una volontà intesa alla propria libertà urta nel vuoto.  Lei è libero di estrarre o di non estrarre la carta: ma se lo farà, estrarrà quella giusta, con tanta maggiore certezza, quanto più grande sarà l’ostinazione con cui si oppone.»

Il sentimento dello scrittore verso l’Italia è ambiguo, delle volte ammirato, altre velato di una patina di infastidita indignazione. Questo ha a che fare con percezione generale che i popoli del nord hanno di noi, certo, ma anche con alcuni atteggiamenti e abitudini che – da ogni punto di vista, latitudine e longitudine – appaiono beceri e bigotti. In Mario e il mago ci sono due esempi lampanti: quando Mann e la sua famiglia sono costretti a lasciare l’albergo perché non graditi da personalità di rilievo (motivo: la tosse di uno dei figli è un fastidio e un generatore di ipocondria) e quando la sua bambina, nuda, desta scandalo sulla spiaggia e il fatto viene denunciato alle autorità.

Si può sicuramente affermare che, come una certa bigotta sciatteria non ha abbandonato il popolo italiano, altri Cavalier Cipolla sono seguiti negli anni al primo, giù fino a giorni nostri. Ancora non ci è chiara la differenza tra illusione e ipnosi: in ogni caso, è sempre spettacolo. Il bisogno di narrazione spettacolare, l’identificazione catartica nell’attore che a turno recita il ruolo di Cipolla, è diventato il solo paradigma della politica italiana. La discussione, lo scontro e la mediazione mandano a gambe all’aria l’intrattenimento.

Così adesso, mentre l’ultimo Cavaliere è in fase di entropia accelerata, di Cipolla ce ne ritroviamo ben due: entrambi decisionisti, risoluti e melliflui parolieri. C’è chi agita di più il frustino e chi meno, ma è evidente in entrambi – così come nel precedente – la capacità di calcare il palcoscenico. Il pubblico applaude soddisfatto, desideroso di intrattenimento com’è, incapace di distinguere la velocità dall’azione e la cieca ubbidienza dalla coerenza.

Lui che prima aveva tanto voluto e comandato, rappresentava ora l’elemento che, nella rinuncia alla propria volontà, passivamente riceveva ed eseguiva quanto gli era imposto da un muto volere collettivo diffuso per l’aria; ma il Cavaliere insisteva nel dire che era la stessa cosa. La capacità, diceva, di rinunziare a se stesso, di trasformarsi in strumento, di attenersi a una incondizionata e perfetta ubbidienza, è solo il rovescio dell’altra di volere e comandare, è la stessa, identica capacità: comandare e ubbidire rappresentano insieme un solo principio, una indissolubile unità; chi sa ubbidire sa pure comandare, e inversamente; un pensiero è compreso nell’altro.

L’ossessione di inseguire quel «muto volere collettivo diffuso nell’aria» spiega bene l’inquietante aderenza tra il Cipolla originale e quelli di nuova generazione. Un volere che, per l’ennesima volta, è composto da un misto di speranza e rabbia. A ciascuno il suo, cari Cavalier Cipolla, non pestatevi troppo i piedi.

* Le citazioni sono tratte dalla raccolta Cane e padrone, Mondadori, 1955. Traduzione di Giorgio Zampa.

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