L’Armata dei Sonnambuli

armata_wu_mingIl collettivo Wu Ming torna in libreria con L’armata dei sonnambuli, ambientato nella Francia rivoluzionaria del 1793, anno in cui Madama Ghigliottina baciò il collo di Luigi Capeto inaugurando la stagione del Terrore.

Come sempre, un romanzo storico che getta uno sguardo obliquo sul presente. Precarietà, controllo delle masse, questione femminile sono i nodi tematici più evidenti. In 800 pagine c’è spazio per molto altro, come lo sviluppo e il decadimento psicologico dei personaggi, impegnati a raccogliere i cocci del loro inconscio in un momento in cui a esplodere è un’intera società,  gli psicologi non esistono – i loro maggiori concorrenti, i preti, sono schiacciati dallo spread ideologico repubblicano – e l’unico psicofarmaco di massa disponibile è il vino.

Ci sono strati e strati di riferimenti, intrecci e particolari che, chiuso il libro, danno un senso di vertigine. Per approfondirli, ci si può dare di rilettura e sovralettura oppure confrontarsi con gli altri lettori (qui c’è uno spazio all’uopo). Teoricamente, a ogni loro romanzo il confronto autore-lettore è impari (dal 2008, in quattro contro uno), ma il ribaltamento è facile se a un collettivo di scrittori può “far fronte” una comunità di lettori.

Il grande pregio di questo romanzo è che, nonostante la notevole complessità, non perde il suo essere popolare, nel senso di fruibilità del testo: qualcosa arriva comunque al lettore. La letteratura da sola non può cambiare il mondo, ma se questa storia riuscisse soltanto a svegliare qualche sonnambulo della Rete sarebbe già un grande risultato. Riuscite a immagine una persona che si crede un moderno sanculotto e che – svanita la mesmerizzazione – si ritrova davanti allo specchio con fez, camicia nera e manganello?

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La notte del gatto nero

gatto_nero_pagliaroLa notte del gatto nero potrebbe essere riassunto così: Jean-Patrick Manchette scrive Leonardo Sciascia. Ci sono la Sicilia — isola nell’isola — il genere letterario come pretesto e il tema giudiziario, elementi tipici dello scrittore di Racalmuto e l’esattezza cristallina che è la cifra stilistica dell’autore francese. 

Antonio Pagliaro racconta la storia della famiglia di Giovanni Ribaudo: un onesto borghese — “piccolo piccolo” — insegnante in una scuola paritaria e una moglie religiosissima, due archetipi antropologici meridionali che vengono risucchiati nel vortice delle vicende giudiziarie del figlio, altra figura paradigmatica, ma questa volta non riferita al solo meridione ma al Paese intero; la voglia del ragazzo di scoprire il mondo come antidoto all’inerzia rimanda a una globalizzazione che nel 2003, anno in cui è ambientato il romanzo, era già l’aria che respirava la nuova generazione e il vento che sferzava la vecchia.

Uno stile così essenziale, dove tutto è azione e niente è superfluo, ha come conseguenza non solo una piacevole fluidità di lettura, ma anche la capacità di mettere a fuoco le psicologie dei personaggi e fissare, con facilità e senza intrusioni di qualsiasi tipo da parte dell’autore, i nodi tematici. Per esempio, è chiaro il nocciolo della questione mafia: esiste e prolifera dove manca lo Stato. La mafia appare come uno Stato non laico che non ha bisogno di chiese, municipi o sportelli al pubblico: arriva direttamente al cittadino attraverso l’etere del bisogno.

La realtà di questo romanzo è vivida e opprimente, senza via d’uscita che non siano la morte e/o la metafisica religiosa: due soluzioni che mal si abbinano a problemi di più immanente quotidianità. 

[Recensione pubblicata su Thriller Magazine]

Mario e il mago, Thomas Mann e l’Italia di oggi

Thomas Mann

Thomas Mann

Mario e il mago è un racconto di Thomas Mann pubblicato nel 1930, che prende spunto dalle suggestioni che un soggiorno estivo sulla costa tirrenica italiana regalarono allo scrittore tedesco. Non un bellissima esperienza, in definitiva. L’Italia era sommersa dall’ondata di propaganda fascista che lo stesso Mann spiegò alla figlia minore come «una malattia, per così dire; non molto fastidiosa ma necessaria»; erano proprio i primi anni: dopo fu evidente a tutto il mondo che la malattia non fu né poco fastidiosa né necessaria.

Protagonista del racconto è il Cavalier Cipolla, più che mago illusionista un vero e proprio ipnotizzatore, che tiene uno spettacolo nel villaggio dove soggiorna lo scrittore e la sua famiglia. Per il contesto storico e le maniere del Cipolla – l’eloquenza, la sgradevolezza e la feroce autorità esercitata con un frustino – è quasi inevitabile accostare il mago al Duce.

«Parla benissimo» si constatò vicino a noi. L’uomo non si era ancora prodotto, ma soltanto le sue parole erano apprezzate come un lavoro; era stato capace di imporsi solo con questo. […] Perché il modo come uno parla viene tenuto come misura di apprezzamento personale: negligenza, disordine, destano disprezzo, eleganza e abilità, umana considerazione; anche l’uomo della strada, quindi, non appena la cosa gli conviene pre il suo effetto, si prova in scelte locuzioni e le connette accuratamente.
Almeno sotto tale riguardo, Cipolla aveva destato un’impressione favorevole, sebbene non appartenesse in nessun modo a quella specie umana che l’italiano, con una singolare confusione di giudizio morale ed estetico, chiama “simpatica”.

Pare che quella di Mann non fosse un’allegoria politica diretta del fascismo (il nazismo ancora doveva nascere), ma piuttosto che volesse dare alla novella un senso più etico, rivolto al ragionamento sul libero arbitrio in generale e alla tragedia che consegue la sua privazione. Un concetto molto chiaro in questa scena, dove il Cavalier Cipolla estrae di tasca due mazzi di carte; da uno ne seleziona tre e le tiene da parte, invitando poi qualcuno del pubblico a fare altrettanto per dimostrare che le carte combaceranno alla perfezione.

Un giovane in prima fila, alla nostra destra, con un viso dal profilo incisivo, un italiano, fattosi avanti dichiarò di essere deciso a scegliere le carte secondo la propria volontà, opponendosi di proposito ad ogni influenza. Che cosa avrebbe fatto Cipolla?
«Con ciò» rispose il Cavaliere «lei renderà il mio compito un poco più difficile; ma la sua resistenza non influirà sul risultato finale. La libertà esiste, ed esiste anche la volontà; ma la libertà di volere non esiste, perché una volontà intesa alla propria libertà urta nel vuoto.  Lei è libero di estrarre o di non estrarre la carta: ma se lo farà, estrarrà quella giusta, con tanta maggiore certezza, quanto più grande sarà l’ostinazione con cui si oppone.»

Il sentimento dello scrittore verso l’Italia è ambiguo, delle volte ammirato, altre velato di una patina di infastidita indignazione. Questo ha a che fare con percezione generale che i popoli del nord hanno di noi, certo, ma anche con alcuni atteggiamenti e abitudini che – da ogni punto di vista, latitudine e longitudine – appaiono beceri e bigotti. In Mario e il mago ci sono due esempi lampanti: quando Mann e la sua famiglia sono costretti a lasciare l’albergo perché non graditi da personalità di rilievo (motivo: la tosse di uno dei figli è un fastidio e un generatore di ipocondria) e quando la sua bambina, nuda, desta scandalo sulla spiaggia e il fatto viene denunciato alle autorità.

Si può sicuramente affermare che, come una certa bigotta sciatteria non ha abbandonato il popolo italiano, altri Cavalier Cipolla sono seguiti negli anni al primo, giù fino a giorni nostri. Ancora non ci è chiara la differenza tra illusione e ipnosi: in ogni caso, è sempre spettacolo. Il bisogno di narrazione spettacolare, l’identificazione catartica nell’attore che a turno recita il ruolo di Cipolla, è diventato il solo paradigma della politica italiana. La discussione, lo scontro e la mediazione mandano a gambe all’aria l’intrattenimento.

Così adesso, mentre l’ultimo Cavaliere è in fase di entropia accelerata, di Cipolla ce ne ritroviamo ben due: entrambi decisionisti, risoluti e melliflui parolieri. C’è chi agita di più il frustino e chi meno, ma è evidente in entrambi – così come nel precedente – la capacità di calcare il palcoscenico. Il pubblico applaude soddisfatto, desideroso di intrattenimento com’è, incapace di distinguere la velocità dall’azione e la cieca ubbidienza dalla coerenza.

Lui che prima aveva tanto voluto e comandato, rappresentava ora l’elemento che, nella rinuncia alla propria volontà, passivamente riceveva ed eseguiva quanto gli era imposto da un muto volere collettivo diffuso per l’aria; ma il Cavaliere insisteva nel dire che era la stessa cosa. La capacità, diceva, di rinunziare a se stesso, di trasformarsi in strumento, di attenersi a una incondizionata e perfetta ubbidienza, è solo il rovescio dell’altra di volere e comandare, è la stessa, identica capacità: comandare e ubbidire rappresentano insieme un solo principio, una indissolubile unità; chi sa ubbidire sa pure comandare, e inversamente; un pensiero è compreso nell’altro.

L’ossessione di inseguire quel «muto volere collettivo diffuso nell’aria» spiega bene l’inquietante aderenza tra il Cipolla originale e quelli di nuova generazione. Un volere che, per l’ennesima volta, è composto da un misto di speranza e rabbia. A ciascuno il suo, cari Cavalier Cipolla, non pestatevi troppo i piedi.

* Le citazioni sono tratte dalla raccolta Cane e padrone, Mondadori, 1955. Traduzione di Giorgio Zampa.

La Torre Nera

La Torre Nera di Stephen King: sette romanzi (cui se n’é aggiunto un ottavo nel 2012 da collocare tra il IV e il V volume), trent’anni tra la pubblicazione del primo e dell’ultimo volume, un adattamento a fumetti di Peter David e Jae Lee per la Marvel e un film o una serie TV – o tutte e due – su cui sta lavorando Ron Howard e un’infinità di rimandi ad altre opere dello stesso autore, di altri scrittori, a film e musica. Su Drowned Word, ho preso appunti fino al quarto romanzo. In questo articolo partirò proprio da una sintesi di quanto già scritto.

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L’ultimo cavaliere è una puntata un po’ incerta, scritta da un ancor giovane King, ma getta basi solide per il prosieguo della narrazione. Con La chiamata dei tre invece è già palese la caratura dell’opera: un vero e proprio atto d’amore verso i “generi” di letteratura (un tempo) popolare: western, fantascienza, horror, noir e, perché no, anche rosa. Parafrasando Ballard, per The Dark Tower si potrebbe parlare di Inner frontier, la frontiera interna: ovvero, dove finisce il sogno epico, romantico e mitico che da Omero discende fino all’alba del ‘900 scorso e iniziano i canti di paranoia e alienazione dell’uomo moderno. C’è tutto l’incanto e il sense of wonder dei racconti orali e del fantastico più tradizionale, mischiato all’introspezione da romanzo psicologico e al pastiche postmoderno. Ben oltre la frontiera intesa come scenografia del mito: una vera e propria frontiera letteraria.

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The Waste Lands è il terzo capitolo della serie della Torre Nera. Qui Stephen King comincia a fare veramente sul serio. Il titolo e l’epigrafe rimandano direttamente ad un’altra Terra desolata, quella di T. S. Eliot:

Un cumulo di immagini infrante, dove picchia il sole
E l’albero morto non dà riparo, il grillo non dà tregua,
E la pietra arida ha suono d’acqua. Solo
C’è l’ombra sotto questa questa roccia rossa,
(Vieni nell’ombra di questa roccia rossa),
E ti mostrerò qualcosa di diverso dalla
Tua ombra che di mattino ti viene dietro
O dall’ombra che la sera ti si leva contro;
Ti mostrerò la paura in una manciata di polvere.

Alfiere del modernismo, Eliot scende nelle sue lande desolate all’inizio degli anni ‘20, gli anni in cui dalla morte di un’avanguardia ne nasceva un’altra, quel lasso di tempo in cui gli artisti – come funamboli della storia – dalla catastrofe della Grande Guerra gettavano l’occhio in avanti, fino all’apocalisse temporanea segnata dalla seconda guerra mondiale. L’opera (giunta al termine della formazione del poeta/drammaturgo e che segna a fuoco la sua prima, pessimista produzione) fu accolta dalla critica con pareti contrastanti; l’addebito più frequente fu quello di essere un lavoro troppo complesso, cervellotico, freddo, distante anni luce dall’immediatezza emotiva che dovrebbe contraddistinguere la poesia.

Stronzate.

Eliot riesce nella magnifica illusione di comprimere parte cospicua della letteratura che l’ha preceduto in poco più di quattrocento versi, mischiando toni, registri e stili, mettendoli in relazione facendoli collidere e schiacciare contro se stessi, fino a sintetizzarli in una visione temporale della sua epoca che ancora ha molto da dire anche nell’era dell’ipertesto. A tal proposito, Julia Kristeva scrive:

Per i testi poetici moderni questa è una legge fondamentale;  essi si costruiscono assorbendo e distruggendo nel medesimo tempo gli altri testi dello spazio intertestuale: sono per così dire alter-giunzioni discorsive.

Alessandro Serpieri (professore di Letteratura Inglese all’Università di Firenze nonché traduttore e curatore dell’edizione BUR), precisa:

Semplificando, si potrebbe concludere che quello che più interessa a Eliot (come, d’altronde, a Pound, a Joyce, ecc.) è mettere in rapporto: soggetto e oggetto, presente e passato, realtà e mito, testo e testo.

Insomma, quello che ha fatto T. S. Eliot con la poesia, secondo la mia modestissima opinione, Stephen King – appresa (consapevolmente o inconsapevolmente è secondario) la lezione dei modernisti e dei postmodernisti – lo fa con la letteratura di genere: solo che invece di comprimere le alter-giunzioni, le fa letteralmente (o letterariamente) esplodere. La Torre Nera, come è noto, è un’opera-fiume o, se preferite, un grande mosaico in cui tutti i generi popolari trovano una loro collocazione.

Una scoperta dell’acqua calda che ustiona, se solo vi si immerge la mano.

Quanto alle “aderenze” tra il poema di Eliot e il romanzo di King, ce ne sono a bizzeffe. L’allineamento delle quest Sacro Graal/Torre Nera (viste come la ricerca di una fertilità perduta) è la più banale e non basterebbe da sola a far capire quanto le due opere siano intimamente legate. Sul serio, c’è tanto di quel materiale da poterci scrivere un saggio; tra uomini incappucciati (There is always another one walking beside you / Glinding wrapt in a brown mantle, hooded), donne con lunghi capelli neri che aspettano di cantare la loro canzone (A woman drew her long black hair out tight / And fiddled whisper music on those strings) e torri che crollano…

Parafrasando Serpieri si potrebbe dire che quello che più interessa a King (come, d’altronde, a Eliot, a Pynchon, a Gibson, a Lansdale ecc.) è mettere in rapporto: soggetto e oggetto, presente e passato, realtà e mito, testo e testo, fotogramma e fotogramma, ogni futuro possibile.

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Il colore del quarto romanzo, La sfera del buio, è il rosa: rosa come il genere pop predominante – qui vi si racconta la storia d’amore tra Roland, il protagonista, e Susan Delgado – e rosa come la sfera citata nel titolo e che è il centro narrativo della vicenda. Non è proprio il colore che ci si aspetterebbe sulla tavolozza di questo autore ma, tant’è, a lui che pare riuscire tutto, riesce pure un harmony a ritmo d’apocalisse. Maledetto King. Il viaggio attraverso la psicologia del protagonista accelera bruscamente verso il profondo così, inaspettatamente, mentre preghi perché l’autore ti risparmi altre scene di amori fugaci in verdi praterie. Fare carta da cesso della riluttanza di un lettore senza perderlo è un passo oltre la semplice sospensione dell’incredulità.

La sfera del buio è anche un romanzo sulla crisi della famiglia moderna: scopriamo che Roland – questo freddo pistolero dagli occhi di ghiaccio – è anche un ragazzo attraversato da sentimenti contraddittori verso i propri genitori; tutto questo mentre il mondo che lo circonda sta andando avanti, spezza i collegamenti con una rassicurante tradizione e cade in una forte distorsione, proprio come i legamenti sfilacciati di un’articolazione in un trauma. Gli ultimi quarant’anni di questa parte di mondo si sovrappongono spaventosamente col tempo diffuso e pazzoide del mondo della Torre Nera. Altro che storie per facili sospiri.

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Al di là delle avventure di Roland e compagni (questa volta dovranno proteggere un villaggio, Calla Bryn Sturgis – non a caso John Sturges è il nome del regista dei Magnifici sette) il vero protagonista del volume V, I lupi del Calla, è il folken, la popolazione. E il fatto che sia dipinto sul modello della gente del Maine, e quindi della provincia americana, non impedisce di allargare la similitudine ai cittadini di un intero stato.

Il folken del Calla è tutto preso dal proprio lavoro – sono contadini e allevatori – e anche se non vi sia una vero e proprio sindaco o capo (dinh, direbbe Roland di Gilead) non mancano certo le personalità, quelle cioè che possono esercitare un certa pressione e/o controllo o che comunque possano fare la “voce grossa”: ovvero autorità religiose ed economiche. Il folken vive in pace la sua esistenza sopravvivendo con i frutti del proprio lavoro, è indipendente. Una quasi perfetta forma di socialismo rurale: le decisioni vengono prese in assemblee valide solo se ad esse sono presenti un numero di individui ritenuti sufficienti, ognuno si fida dell’altro. Una piccola utopia in un mondo distopico: yin e yang narrativo.

* * *

Anno dopo anno, riga dopo riga, libro dopo libro, Stephen King si è creato all’interno della serie della Torre Nera un spazio ri-creativo perfetto: tutto torna e si incastra e, anche se non torna a prima vista, il ka (il destino) o gli universi paralleli fanno il resto. The Dark Tower è il “gigaromanzo” contenitore di tutto l’immaginario del Re. E se contiene le storie, i temi, brandelli embrionali o ecografie personaggi di altri romanzi, che c’è di male se contiene anche l’autore stesso? Nel VI volume, La canzone di Susannah, una parte degli eroi del Medio-Mondo incontra King di persona.

Sarebbe lecito aspettarsi grosse elucubrazioni cerebrali alla Paul Auster: personaggi in una fibrillazione a metà tra lo sconcerto da lettino dell’analista e una crisi mistica, e un deus ex machina vittima di una depressione da post-partum letterario. Il gioco è più facile per Mr King, che la fama negli anni ha già reso un personaggio. E il risultato non intoppa la narrazione. Da parte dell’autore c’è un profondo rispetto per le proprie creature e nessuna enfasi metafisica. Ma, inutile negarlo, questa parte rappresenta bene la poetica dello scrittore del Maine: raccontare, sopra ogni altra cosa, una storia. Il resto viene di conseguenza. L’analisi è mestiere del critico. Vivere il romanzo è un atto di complicità tra chi racconta e chi legge, una magia del raziocinio officiata da un prodotto dell’intelletto e del cuore: i protagonisti della storia.

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Il volume VII segna la conclusione della storia. Non c’è molto da dire, nonostante sia il più corposo. La corsa contro il tempo – leitmotiv kinghiano – questa volta riguarda personalmente e direttamente il lettore. Dopo l’incredibile numero di parole e avventure si ha una fretta spasmodica di arrivare alla meta. King, da consumato artigiano, pigia il piede sull’acceleratore.

Man mano che ci si avvicina alla meta, alla Torre Nera che regge ogni universo possibile («ci sono altri mondi oltre a questo»), si avverte la necessità di tornare indietro, di mettere occhi, orecchi e cuore in quegli avvenimenti appena accennati della vita dei protagonisti. Ed è un vittorioso e felice paradosso per l’autore, coadiuvato dal fatto che questa sete non potrà essere placata né da una serie a fumetti nata proprio con questo scopo, né da un volume che si aggiunge alla serie (La leggenda del vento), perché il vuoto vuole essere colmato dallo stesso narratore. Un grande risultato per un romanzone che tutto è tranne un capolavoro assoluto. Non deve essere facile scrivere del(o per)lo stesso personaggio per anni e anni, tra interruzioni, altre opere richieste e date in pasto ai lettori e un incidente quasi mortale. È come cercare di finire un cruciverba in mezzo a una folla di bambini che ti tira per la giacca (mentre uno, dispettoso, ti tira perfino un pugno nelle palle).

La Torre Nera è un gorgo narrativo, una sabbia mobile dove il lettore ha il piacere di morire, così, solo per vedere che c’è in fondo alla palude.

Lezioni americane

Italo Calvino

Italo Calvino

Il 15 ottobre del 2013 Italo Calvino avrebbe compiuto novant’anni. Per celebrare la ricorrenza, Linkiesta ha affidato a cinque intellettuali/scrittori contemporanei una riflessione per ogni valore che Calvino ha suggerito di portare nel nuovo millennio nelle celeberrime Lezioni americane, ovvero leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità.

Senza volere entrare nel dibattito su cosa ci siamo portati effettivamente dietro dopo gli Anni Zero – sparando nel mucchio si potrebbe dire: «tutte tranne l’esattezza», ma non è così facile, le Lezioni sono un testo molto denso – riporto uno stralcio dell’opera citata che mi ha impressionato:

Ho cominciato questa conferenza (quella sulla «Rapidità», NdR) raccontando una storia, lasciatemi finire con un’altra storia. È una storia cinese.
Tra le molte virtù di Chuang-Tzu c’era l’abilità nel disegno. Il re gli chiese il disegno di un granchio. Chuang-Tzu disse che aveva bisogno di cinque anni di tempo e d’una villa con dodici servitori. Dopo cinque anni  il disegno non era ancora cominciato. «Ho bisogno di altri cinque anni» disse Chuang-Tzu. Il re glieli accordò.  Allo scadere dei dieci anni, Chuang-Tzu prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.

Ora, se diamo per scontato che in dieci anni Chuang-Tzu non abbia solo oziato ma abbia in qualche modo coltivato la sua abilità, si può spostare la riflessione su un piano che fa della letteratura una sorta di atto allo stesso tempo magico e razionale e dello scrittore un individuo a metà tra lo sciamano e l’artigiano. O almeno così mi piace immaginarlo. La rapidità del gesto sottintenderebbe una preparazione, o comunque una capacità di concentrazione, che risulta evidente nell’efficacia.

O forse che il buon Chuang-Tzu abbia solo aspettato il momento buono?
A questo punto diventerebbe una questione di fede – nella Sacra Musa o nel Talento Divino – abbastanza per mandare l’artigiano a farsi benedire e lasciare il dono della parola al Dio di turno (Denaro, Caso, Apollo/Dioniso, Jahveh, scegliete voi il vostro preferito) che designa l’eletto e ne fa uno scrittore. E questa è una prospettiva decisamente meno attraente. Una lettura che è un delirio metafisico.